Nel 1941 Jung scrive: “nel concetto di “psicoterapia” … è racchiusa un ambizione, una pretesa, non indifferente: la “psiche” è l’origine di ogni azione e quindi di tutto quel che accade per volontà dell’uomo!” (pag. 105). Qui il riferimento esplicito agli avvenimenti inauditi che insanguinavano l’Europa e il mondo e l’appello della necessità che la Psicologia si interroghi su quanto di terribile stava accadendo, cui sembra fare da contraltare la poesia di Quasimodo “alle fronde dei salici” scritta pochi anni dopo. Secondo Jung, la psicoterapia non può che interessarsi di tutto ciò che riguarda la psiche. Rimanendo nel più ristretto ambito clinico delle nevrosi, l’allargamento dell’interesse della psicoterapia deve essere fatto anche in considerazione che “il paziente portandoci la sua nevrosi … ci porta la totalità della psiche e quindi anche un intero frammento del mondo da cui la psiche dipende e senza il quale non potrebbe mai essere adeguatamente compresa” (pag. 106)

L’uomo appartiene al mondo, e questo fa sì che egli porti in sé “qualcosa di sovrapersonale e impersonale che include la sua intera base fisica e psichica” (pag. 106).
Jung si concentra subito su quella porzione di personalità connotata dalle figure genitoriali che, se abitata troppo a lungo come luogo infantile, può portare dritto alla nevrosi.

La psicoterapia offre al paziente la possibilità di liberarsi dai frammenti infantili ancora aderenti alla personalità e di “rimuovere la proiezione dell’imago parentale dalla realtà esterna” (pag.107).
Il problema del ritiro di tali proiezioni non è una novità della psicologia moderna. Secondo Jung, in passato, sono esistiti, e tuttora esistono, sistemi psicoterapeutici generali grazie ai quali si sosteneva l’uomo nell’affrontare i riti di passaggio.

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