In quel tempo, un analista didatta, nell’ambito delle lezioni di formazione analitica, ci diede il compito di trovare i collegamenti tra i seguenti termini (cito in ordine sparso): spazio intermedio, simbolo, sogno, catarsi, immagine, immaginazione, ambiguità, metafora, terzo, l’altro. Segni, tracce, briciole per la comprensione del processo analitico.

Che fare?
Oh certo! Ci furono dati indizi, testi di riferimento e suggestioni. La mia prima sensazione fu che un tentativo di organizzare razionalmente queste parole poteva dar vita ad un incrocio, ad uno strano animale concettuale, a cui rispondere annuendo, fingendo di aver capito, come Kafka.
Un’altra possibilità poteva essere quella di concepire queste dieci parole come le dieci sfere dell’albero sefirotico attraverso cui si sarebbe potuta rivelare qualche intrasmutabile verità analitica.
Poi ebbi un’intuizione: accostare queste parole come le pietruzze colorate di un caleidoscopio. Ogni termine porterà con sé riflessi bibliografici. Il lettore potrà ruotare a piacimento questo strumento godendo, se possibile, di immagini che mi auguro irripetibili.
In “Simboli della trasformazione”, Jung ci rammenta che esistono due modi di pensare: il pensare indirizzato, il pensare con parole, e un pensare soggettivo, percepito sensorialmente. Tenterò quindi l’impresa di tradurre il pensare soggettivo, pur sapendo che convertire un’immagine in parole comporta tener conto di un quantum di indicibilità. L’immagine, scrive lo storico dell’arte Massimo Carboni, “è ancora un sempre da dire”, tra immagine e parola c’è un “bordo vuoto originante”, uno spazio di negoziazione.

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