A

Immagina il mare.

Ora che è così distante e così desiderato in una bella giornata di sole. Ne senti il profumo, il rumore delle onde, l’effervescenza della libertà.

Potresti essere fra quelli che immaginano di togliersi in fretta i vestiti, correre e tuffarsi fra gli schizzi d’acqua fresca. Ma prova a pensarci, guardati attorno sul bagnasciuga. Qualcuno cammina nell’acqua, lentamente, si bagna le gambe, le braccia e si immerge. Qualcuno con timore saggia la temperatura un passo alla volta e si ferma lì, con l’acqua alle caviglie. Ci sono anche persone, non poche in realtà, che restano a guardare dalla spiaggia la gente che nuota. Non hanno nessuna intenzione di entrare, forse non sanno nuotare, forse temono il freddo. E tra questi qualcuno viene preso di forza, gioco che solitamente diverte molto più chi lo fa che chi lo subisce, e viene lanciato in mare. 

Così è la Fase 2

La narrazione per cui tutti i reclusi non vedono l’ora di uscire e scalpitano per tornare alla vita di prima è probabilmente fuorviante e un po’ miope. 

È senz’altro vero che molte persone hanno voglia di tornare alla normalità, una normalità che però non esiste, a detta degli esperti. Ma poniamo che una parte delle nostre abitudini di prima siano di nuovo possibili a breve, forse solo ad alcune vogliamo tornare veramente. 

Al rivedere le persone care, senza dubbio, ma a piccole dosi e solo alcune. Con una distanza che, se rispettata, ci farà imparare una danza nuova, movimenti non del tutto riconoscibili al nostro istinto di “prima”. 

Al lavoro, che fino a un paio di mesi fa ha dato senso alle nostre giornate. A molti mancano le persone, il prendere il caffè insieme, il vicino di scrivania. Sebbene lo smart working abbia mostrato una parte delle sue potenzialità, non siamo per lo più preparati a gestirlo senza sentirci menomati e ciò non dipende solo da una nostra scarsa abitudine, ma anche da un sistema che non è (ancora) strutturato in questo modo. Perché, per essere davvero smart, il lavoro da casa presuppone un’organizzazione specifica, non solo l’accendere il computer e fare le stesse cose dal divano. 

Sono tante le persone che guardando il mare non sono così convinte di tuffarsi. 

Le nostre abitudini sono cambiate, abbiamo scoperto che il tempo può essere usato in altri modi, in qualche caso più interessanti. Dopo una prima fase di smarrimento in cui tutto perdeva di significato, molti hanno ristrutturato le loro giornate con una routine differente che è faticosamente diventata abitudine e che ora è difficile smembrare di nuovo per incastrare la quotidianità di prima con le necessità di adesso. Il grande tema dei bambini a casa, mentre i genitori devono ricominciare a uscire, ne rappresenta uno dei massimi esempi. 

Qualcuno ha scoperto che la sua vita aveva delle ombre mai affrontate, stretti nel flusso dei treni da prendere perdendosi i treni che contanoMolti hanno riscoperto passioni e hanno trovato il tempo per viverle. Hanno imparato ad abitare davvero la loro casa, scoprendone anche le potenzialità. C’è chi ha trovato lo spazio per quelle attività sempre rimandabili come leggere un libro. Oppure ha iniziato a pensare a un’ipotesi di lavoro diversa, grande risorsa in tempi in cui non è così scontato ristabilire i ritmi prepandemia. Sogni che hanno però bisogno di impegno e risorse per essere realizzati e non tornare di nuovo nel cassetto.

Ci ritroviamo quindi, paradossalmente, a rinunciare a qualcosa, entrando nella Fase 2, e abbiamo bisogno di bagnarci poco alla volta prima di immergerci di nuovo nel flusso e di esplorare le nuove correnti. 

Tra chi resta, o vorrebbe restare, sulla spiaggia c’è chi ha paura. Questo è uno dei vissuti più frequenti riportati  dai pazienti che, se sono stati in grado di gestire il lockdown con relativa tranquillità, si avvicinano con ansia alla riapertura. In un certo senso, l’indicazione “state a casa”, con tutti i suoi aspetti controversi, ha significato per alcune persone un’indicazione certa, mentre il dover di nuovo uscire si affolla di incognite ancor prima che di persone. Paura del contagio, innanzitutto, per cui chi è rimasto a casa davvero, soprattutto gli anziani che hanno a volte il terrore di toccare qualunque cosa, di interagire con gli altri e non sanno come potranno tornare ad andare al mercato senza paralizzarsi a due passi da casa. Ma questo problema riguarda anche tanti lavoratori che devono per esempio prendere mezzi di trasporto o trovarsi in situazioni in cui, oggettivamente, il distanziamento sociale è molto difficile. 

Altri riportano la paura di non riuscire più a vivere le relazioni come prima. Non sanno come gestirle, sono preoccupati per esempio di incontrare i parenti più fragili perché non hanno alcun modo di sapere se sono tra i famigerati asintomatici.  Ma sono tante le situazioni relazionali che fanno paura. Si pensi per esempio alle coppie che non si vedono dall’inizio della pandemia e che spesso hanno mantenuto vivo il contatto, ma non sono certi di come sarà rivedersi. Ci si correrà incontro abbracciandosi? Non abbiamo nemmeno la libertà di immaginarla così.

Altrettanto importanti sono i vissuti di natura depressiva, che prendono talvolta la strada di veri e propri sintomi, ma spesso sono più sottili. 

Il ritiro sociale in alcuni casi ha messo in moto un circolo vizioso difficile da vedere a un primo sguardo, ma molto potente. Chi è rimasto solo e isolato ha cercato almeno in un primo tempo di mantenere vivi i rapporti attraverso i canali virtuali. Tuttavia, un fenomeno che viene riportato spesso è quello per cui non si ha più voglia di contatti. Il telefono che suona diventa un fastidio, l’idea di prepararsi per una video chiamata, vestirsi, truccarsi si trasforma in un’incombenza molesta. Molte persone che hanno vissuto l’isolamento in solitudine riferiscono un sentimento di abbandono, anche se irrazionale, che si trasforma a volte in rabbia e rifiuto

In altri casi gradualmente è passata la voglia di uscire, di muoversi, di curare la casa, di alimentarsi in modo adeguato. Alcune attività che prima davano piacere (vedere gli amici, andare al cinema o in palestra…), a prescindere da quanto siano effettivamente praticabili, hanno perso di importanza. Tutti segnali preoccupanti che non vanno sottovalutati e che potrebbero risolversi da soli con il tempo oppure radicalizzarsi facendo propendere chi ne soffre verso la scelta di restare a riva.

Ma c’è dell’altro tra i bagnanti sulla spiaggia. C’è chi quel mare non lo vede, perché là fuori non ci sono più le stesse cose. C’è chi ha perso qualcuno. C’è chi ha perso il lavoro. E le onde del mare sono dune di sabbia su cui è estremamente faticoso camminare. 

Ciascuno a suo modo si dovrà confrontare con la Fase 2, con l’invito a farlo avendo cura di sé e dei propri tempi, evitando di tuffarsi al largo prematuramente. Un buon istruttore di nuoto che ci accompagni, che sia una persona vicina o un professionista, può essere di aiuto. Se siete arrivati fin qui, sappiate che non siete i soli a non essere più sicuri di saper nuotare, ma anche che, per moltissimi, ci sarà lo stupore di quando finalmente ci si è immersi e l’acqua non è più così fredda.